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Antigone

 

di Jean Anouilh

Adattamento e regia Claudio Autelli
Scene e Costumi Claudio Autelli, Elena Sala
Disegno luci Matteo Crespi, Fulvio Melli
con Anna della Rosa, Fabrizio Pagella, Valentina Picello, Umberto Terruso, Francesco Villano


LITTA produzioni
Progetto Work in progress

 

Anouilh sposta l’attenzione dal punto di vista di Antigone a quello di Creonte. Un sovrano non più così risoluto nelle proprie decisioni, piuttosto, stanco di vedere la propria famiglia frantumarsi davanti ai suoi occhi, replica dopo replica.

Come un incubo che deforma l’oggettività dello sguardo, la macchina della tragedia scorre nonostante gli sforzi di Creonte di muoverla  verso una diversa conclusione. 
Antigone appare incastrata in un ruolo  di martire, un ruolo che coinvolge con le sue gesta anche sua sorella Ismene e il suo fidanzato Emone che quasi inconsciamente rimangono invischiati nei lacci delle sue azioni, tutti impigliati, nei loro ruoli, trattenuti dentro quel grande buco nero in cui sembra bramare di finire la stessa Antigone.
A fianco a Creonte la guardia, promossa  per l’occasione a interlocutore privilegiato del re, in realtà molto più di un servo, forse il vero deus ex machina della questione, che tra il serio  e il faceto sembra deridere il destino dei personaggi coinvolti, sembra deridere gli sforzi del singolo contro una forza più grande di lui, o forse sembra deridere il vizio dell’uomo a darsi mille diverse spiegazioni che giustifichino la sua reale incapacità nel determinare il proprio destino, come sia più facile trovare le responsabilità delle proprie azioni o non-azioni, fuori da sé.

 

“È questo che è comodo nella tragedia.
Si dà una spintarella perché prenda il via, uno sguardo di un secondo su una ragazza che passa per strada, un desiderio di onore un bel giorno, al risveglio, come di qualcosa da mangiare, una domanda di troppo che si pone una sera… è tutto.
E’ riposante, la tragedia, perché si sa che non c’è più speranza; che si viene presi, che alla fine si viene presi come un topo, con tutto il cielo sopra di noi, e che non resta che gridare
– non gemere, no, non lamentarsi – urlare a piena voce quel che si aveva da dire, che non si era mai detto e che forse non si sapeva ancora. E per niente: per dirlo a se stessi, per impararlo da sé.

La guardia

 

 

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